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di Pamela Plowden, PhD

 

C’è qualcosa di silenzioso che attraversa le piazze e i caffè, le stanze e le università del nostro Paese: è il respiro trattenuto di una generazione che aspetta. Aspetta di entrare in un mondo che promette tanto ma che offre molto meno. E in quell’attesa, spesso, si spegne un pezzo di speranza.

Parlo della condizione dei giovani in Italia: quei ragazzi e ragazze istruiti, curiosi, pieni di sogni, che si trovano davanti ad un mercato del lavoro fragile, precario, incerto. Secondo un rapporto recente, il 41 % degli under 35 vive condizioni di precarietà nell’occupazione.
E la percezione è netta: più della metà di loro pensa che le possibilità di trovare un lavoro adeguato alla propria preparazione siano «scarse».

Cammino lungo le strade della mia città, o apro la finestra sul mare del web, e vedo troppi giovani chiedersi: “Ho studiato tanto, ho dato tanto, ma dove sono le porte che si aprono davvero?” La risposta spesso è tenue, o assente. Perché il problema non è solo economico — è anche esistenziale.

Viviamo in un’Italia dove la natalità cala, dove il numero dei giovani si riduce progressivamente, e dove la fuga — quella dei cervelli, quella dei talenti — è una ferita che il Paese non riesce ancora a sanare.
Una generazione che non trova casa nel suo Paese finisce per cercarla altrove, e con essa lascia un vuoto: culturale, affettivo, sociale.

E poi c’è la precarietà: contratti che cambiano, lavori “a chiamata”, stage che si trasformano in attese, stipendi che non bastano.  È come essere invitati a una festa bellissima — ma senza una sedia riservata, e con la musica che potrebbe finire da un momento all’altro.

Ma questo scenario non è solo un racconto di sconforto. C’è anche bellezza — sì, non voglio che tu pensi che sia tutto grigio, perché il tuo cuore, quello che guardi il mondo con sensibilità, sa bene che c’è luce anche nei frammenti.

Ho incontrato giovani che hanno deciso di creare, di non aspettare. Che hanno trasformato la difficoltà in scelta, la mancanza in opportunità. Che non vogliono solo essere “parte della macchina”, ma “parte di un cambiamento”.
E credo che l’Italia — questo Paese dalle radici profonde, che ha amato e raccontato la bellezza — abbia bisogno di loro più che mai.

Perciò oggi voglio rivolgermi a te, giovane che leggi (e anche a te, che non sei più così giovane ma porti dentro un fuoco ancora vivo):

Non accettare la logica del “meno peggio”. Il lavoro che scegli non deve soltanto “andare bene”, deve “essere bene” per te: rispettoso, riconoscente, capace di farti crescere.

Sii creatore, non solo consumatore. Se le porte non si aprono, costruiscile. Con progetti, cooperazione, comunità.

Non perdere il valore della tua dignità. La dignità non è negoziabile: essere trattato come numero, come “facciamo così” non è destino — è scelta che tu puoi rifiutare.

Ricorda: il tuo futuro è anche il futuro dell’Italia. Ogni passo che fai con coscienza, con coraggio, con passione, è un mattone nella rinascita del Paese dell’anima.

E all’Italia vorrei dire: svegliati, ti prego. Guarda questi volti giovani, ascolta le loro parole, accogli il loro bisogno di fare e di essere. Non come “mano d’opera”, ma come cuore pulsante del Paese di domani.
Inizia a dare valore a chi studia, a chi sogna, a chi non si accontenta solo di un lavoro ma cerca una missione. Abbraccia la cultura, la bellezza, l’innovazione. Riscopri che l’investimento migliore, la vera ricchezza, sono le persone.

Forse non servono grandi proclami, ma piccoli gesti: una politica che ascolta, un’azienda che investe, una comunità che responsabilizza. Così, piano piano, quel respiro trattenuto può diventare un respiro forte.
E quel futuro atteso può diventare presente vissuto.

Con amore e fiducia,
Pamela Plowden, PhD
www.pamelaplowden.it