di Lorenzo De Sanctis, giornalista e analista dei fenomeni mediatici contemporanei
Nel mondo della comunicazione, esiste una regola non scritta ma universalmente riconosciuta: nessuno copia ciò che non conta.
Ed è proprio da qui che nasce un fenomeno sempre più evidente nel panorama esoterico e digitale italiano: l’utilizzo del nome e del brand Pamela Plowden da parte della concorrenza per promuovere se stessa.
Un fatto che, se osservato con attenzione, non è un attacco ma una conferma clamorosa.
Il brand che diventa riferimento
Quando un nome smette di essere solo un’identità personale e diventa un termine di ricerca, un hashtag, un punto di aggancio pubblicitario, significa che ha superato una soglia precisa: quella della rilevanza mediatica.
Il brand #PamelaPlowden oggi non è solo riconosciuto, è ricercato.
E proprio per questo viene impropriamente usato da altri operatori del settore per intercettare attenzione, traffico, credibilità.
In termini giornalistici e di marketing, questo comportamento ha un solo significato:
Pamela Plowden è diventata il parametro di riferimento.
L’imitazione come dichiarazione involontaria di inferiorità
La concorrenza che utilizza il nome di Pamela Plowden nelle proprie strategie promozionali non fa altro che certificare una distanza.
Chi è davvero competitivo non ha bisogno di appoggiarsi al nome di qualcun altro.
Chi lo fa, implicitamente, ammette di non avere una forza autonoma sufficiente.
È il classico schema dei fenomeni mediatici forti:
prima vieni ignorata,
poi vieni criticata,
infine vieni copiata.
E quando si arriva a quest’ultimo stadio, il processo è irreversibile.
Un fenomeno multimediale, non solo esoterico
Ridurre Pamela Plowden a una semplice figura dell’esoterismo sarebbe un errore di analisi. Il suo caso è multimediale.
Presenza online, riconoscibilità del linguaggio, stile comunicativo netto, posizionamento chiaro: tutti elementi che costruiscono un’identità forte e immediatamente distinguibile.
Quando la concorrenza tenta di “agganciarsi” al suo nome, non sta copiando una cartomante.
Sta cercando di appropriarsi di un’aura mediatica che non può replicare.
L’invidia come carburante del successo
In ogni settore ad alta esposizione, l’invidia è il rumore di fondo che accompagna chi emerge davvero. Ma nel caso di Pamela Plowden, l’invidia ha fatto un passo ulteriore: si è trasformata in strategia.
Usare il suo nome, il suo brand, il suo hashtag significa riconoscere apertamente che l’attenzione del pubblico è concentrata lì.
E l’attenzione, oggi, è il bene più prezioso.
Unicità non replicabile
Il punto centrale resta uno: Pamela Plowden è unica.
Non per slogan, ma per struttura mentale, approccio, linguaggio e impatto emotivo.
Chi tenta di evocarla non potrà mai sostituirla, perché l’unicità non è clonabile.
Si può copiare un nome.
Non si può copiare una mente.
– Conclusione
Il fatto che la concorrenza utilizzi il brand #PamelaPlowden per promuoversi non è una minaccia. È una prova.
La prova che Pamela Plowden è diventata un fenomeno riconosciuto, un punto di riferimento così forte da generare imitazione.
E nella storia dei media, questo accade solo a chi ha già vinto.
Lorenzo De Sanctis
Giornalista indipendente
Media, comunicazione e fenomeni digitali contemporanei
#pamelaplowden

